Quando la ricostruzione passa dallo sfruttamento minerario e dal consolidamento militare, con un occhio ai giacimenti occupati dai russi.

L’Ucraina e la sua terra, anzi le sue “terre rare”: ecco il nuovo tassello di un mosaico geopolitico che negli ultimi anni è già stato sconquassato da guerre, tensioni e rimpalli di colpe. Di sicuro, non si può dire che Zelensky & Co. non siano ambiziosi: siglare un’intesa preliminare con gli Stati Uniti per sfruttare le risorse minerarie, comprese quelle preziosissime terre rare, significa mettersi sotto i riflettori globali. E significa anche mettere in conto che qualche amico, e soprattutto diversi nemici, resteranno a guardare con il fucile spianato.

Il miraggio delle risorse e la “macchina da soldi” per la ricostruzione. Attenzione, però: l’accordo non è il solito protocollo astratto con mille firme che non si capisce mai dove finisca. Stavolta c’è un progetto concreto: un fondo congiunto, finanziato per metà da Kiev – che ci mette i proventi delle sue risorse naturali (minerali, gas, petrolio) – e per l’altra metà da investitori occidentali, pronti a scommettere su un Paese che si ritrova con un conflitto ancora caldo in casa. Il piano è semplice (sulla carta): si tira fuori cash dallo sfruttamento minerario, si risana l’economia interna devastata dalla guerra e, tanto che ci siamo, si investe pure nella sicurezza militare. Un circolo che, se funzionasse, sarebbe una mano santa per i conti di Kiev. Ma è un “se” bello grosso, eh.

Il tallone d’Achille: i giacimenti nelle aree occupate. Qui sta il nodo che fa venire mal di pancia a chiunque osi ragionare in modo pragmatico. Bene o male, il 30% dei giacimenti, di tutti questi tesori del sottosuolo, si trovano nelle zone controllate dalla Russia. E come fai a monetizzare risorse dove sventola la bandiera russa invece di quella ucraina? In un contesto più “normale”, ci metteresti avvocati, esperti di arbitrati internazionali e via di tavoli diplomatici. Ma qui, la diplomazia è l’ultima delle opzioni, e i tavoli rischiano di essere quelli da campo. Ecco che la questione diventa esplosiva: come garantire all’Ucraina la possibilità di rientrare in possesso (o almeno di gestire) quei giacimenti? Se già la guerra ha dimostrato tutta la fragilità regionale, figurarsi cosa possa significare piazzare una bandierina su quelle miniere in territorio conteso.

USA: garanzie di sicurezza e strategie a lungo raggio. Che gli Stati Uniti siano un po’ i “guardiani” di questa operazione non stupisce nessuno. I futuri investitori occidentali, infatti, vogliono essere sicuri che la loro puntata sul tavolo ucraino non finisca in fumo. E allora servono garanzie, armamenti, mezzi e – perché no – un “ombrello” politico. Stando così le cose, Washington gioca un ruolo chiave: da una parte aiuta militarmente Kiev, dall’altra mette un piede (e un occhio, ben aperto) sulle terre rare, risorsa critica per l’hi-tech e l’industria militare di domani. In pratica, un colpo al cerchio e uno alla botte: più sicurezza per l’Ucraina, più controllo sugli elementi strategici per gli USA. Che poi la Russia non la prenda proprio benissimo, beh, è un dettaglio forse secondario solo in apparenza.

Effetti a catena: dal mercato globale all’ennesima tensione con Mosca. Se qualcuno pensa che “vabbè, tanto è solo un accordo bilaterale, la Russia se ne farà una ragione”, non ha forse calcolato a dovere l’importanza di questi minerali. Le terre rare non sono gioielli da sfoggiare in una sfilata: stanno dentro i circuiti di missili, radar, droni e dispositivi elettronici di ogni tipo. Ecco perché Mosca potrebbe considerare questa mossa un attacco diretto ai propri interessi: è come se gli Stati Uniti piazzassero un grosso cartello “Questa parte di mercato hi-tech ce la prendiamo noi” proprio sul confine orientale. E le implicazioni potrebbero farsi esplosive (in tutti i sensi).

Un ponte verso il futuro o un’arma a doppio taglio? Alla fine, la questione è sempre la stessa: siamo di fronte a un “Piano Marshall 2.0” per l’Ucraina, che sfrutta le sue risorse più preziose per rinascere, o rischiamo invece di creare l’ennesimo buco nero dove si intrecciano interessi economici, geopolitici e – ovviamente – militari? L’unica certezza è che, quando girano in ballo le terre rare e le promesse di ricostruzione miliardaria, i confini tra affari, politica e persino propaganda diventano molto sfumati. E se c’è un paese che la sa lunga sui giochi di potere, beh, è proprio la Russia. Di conseguenza, meglio non aspettarsi che questo accordo resti un “simbolico pezzo di carta”. Sarà invece l’ennesimo capitolo di uno scontro che ha il sapore della Guerra Fredda, ma con tecnologia aggiornata. Con un occhio ai profitti e l’altro, inevitabilmente, alle frontiere.

Che finisca in un successo per l’Ucraina e gli USA o in un disastro diplomatico, ce lo dirà (come al solito) la Storia. Nel frattempo, incrociamo le dita che questi accordi, almeno, portino qualcosa di buono al popolo ucraino. Perché tra un minerale di qui e un giacimento di là, i primi a pagare il conto – ça va sans dire – sono sempre i cittadini. E, in fondo, la speranza è che almeno qualcuno possa davvero trasformare le ricchezze del sottosuolo in stabilità e prosperità, anziché in un’altra deflagrazione del caos internazionale.

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