Come l’astensione diventa scialuppa di salvataggio e il Segretario rischia di affondare.

La politica italiana regala sempre nuove puntate di un interminabile feuilleton: questa volta, il Partito Democratico ruba la scena con i suoi mal di pancia interni, le mezze linee e le “astensioni tattiche”. L’ironia è che, mentre chiunque si aspetterebbe un partito coeso pronto a sfidare il governo, il PD conferma la sua vocazione allo psicodramma. E così, l’astensione si trasforma nel trucco più usato per evitare di prendere posizioni chiare, a scapito della coerenza (e forse anche del futuro stesso di Schlein).

PD “europeo”? Non esageriamo.

In teoria, i dem si vorrebbero proiettare in un alveo “socialista europeo” (PSE) e presentarsi come i cugini italiani delle sinistre del continente. Peccato che la loro storia nasca – e continui – da un incrocio di culture politiche spesso inconciliabili. Basta ripensare a quanto fu sofferto l’ingresso ufficiale nel Partito Socialista Europeo, un’adesione che lasciò parecchie scorie e aprì infinite controversie. Non dovrebbe stupire, dunque, se adesso ci si ritrova in un labirinto di correnti e personalismi. L’Europa, nel frattempo, guarda la scena con un misto di curiosità e incredulità.

Primarie, segretari “usa e getta” e strategie di potere.

La natura stessa del PD favorisce lo spettacolo: primarie aperte, segretari che cambiano con la frequenza di un reality show e un “leader” che spesso governa una minoranza del partito. Da Veltroni a Renzi, fino a Schlein, la sceneggiatura è sempre quella: prima l’entusiasmo travolgente, poi le divisioni interne, infine la resa dei conti. Se Renzi era stato “liberatorio” da deporre, la caduta di Letta è suonata come l’ennesima stanca ripetizione di una commedia. Oggi, Schlein tenta di aggrapparsi al confronto come fosse un salvagente, e intanto la base si chiede chi sarà il prossimo a varcare la soglia del Nazareno come segretario pro tempore.

L’astensione come rifugio (e come mina vagante).

In questo clima, l’astensione diventa la scelta più comoda: si rinvia la decisione per “prendersi tempo”, si strizza l’occhio a chi vuole un “no” netto e a chi preferirebbe un “sì” più indulgente. Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma, per non scontentare nessuno. Ma fa sorridere constatare come persino figure storicamente combattive – tipo Annunziata, mai astenuta prima – si rifugino in un non-voto, giustificandolo come “debate friendly”. In verità, sembra più una strategia per silenziare la spaccatura evidente: da un lato chi vorrebbe un PD più deciso, dall’altro chi preferisce tergiversare e intessere trattative sottobanco.

Schlein e la tentazione del “rinvio perpetuo”.

Elly Schlein, insediata con grandi fanfare, rischia di vedersi scoppiare la bolla in tempi record. La colpa? Un partito che ha fatto dell’instabilità la propria legge fondamentale. Eppure, paradossalmente, c’è chi dice che questo continuo turnover di leadership renda il PD “più aperto e dinamico”. Un eufemismo che copre la realtà: un partito che, di fatto, non riesce a costruire una linea politica durevole senza che la prossima corrente si metta di traverso.

Un dibattito infinito… e inconcludente.

Alla fine, la cosiddetta “spaccatura” fa parlare i media, ma non avvicina certo gli elettori. Anzi, l’impressione è che più il PD cerchi di presentare queste divisioni come un dibattito interno appassionante, più i cittadini ne restino disorientati e stanchi. E mentre Schlein prova a tenere in piedi il castello di carte chiamato Partito Democratico, dal retrobottega qualcuno già manovra per evocare il prossimo segretario.

Se questa è l’opposizione più “europea” che l’Italia possa offrire, la destra può dormire sonni tranquilli: un PD in perenne fibrillazione interna è il miglior regalo a chi vorrebbe sbaragliarlo con un colpo di vento. E così, alla fine, chi verrà davvero messo all’angolo sarà la base dem, costretta ancora una volta a inghiottire i soliti giochi di potere travestiti da “confronto democratico”.

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