
Ormai sembra che la regola sia una sola: fare ascolti, costi quel che costi. È come se certe trasmissioni tv o certi talk show da “bar sport” avessero capito che più ci si avvicina alla violenza — verbale o psicologica — più si attira il pubblico. Ed ecco allora comparire quelle scene al limite del surreale, in cui si vede una persona (magari sconvolta e palesemente fragile) subissata di domande incalzanti e intimata a rispondere a ogni costo, il tutto condito da primi piani in HD per cogliere ogni suo singhiozzo.
Il caso di cui parliamo — la tragica vicenda che riguarda la signora Bartolucci e l’omicidio di Pierina Paganelli — diventa un emblema di questa deriva. Una persona visibilmente provata viene pressata sotto le telecamere, con giornalisti e opinionisti che sembrano contendersi la battuta più sensazionalistica, come se si fosse in un’arena. Il risultato? Non solo si scade in una forma di gossip di bassissima lega, ma si commette una vera e propria violenza mediatica. Perché se la signora non è in condizioni di sostenere un assalto di microfoni, continuare a ronzarle intorno (ben sapendo che lo share si alza di botto) è una forzatura, non un legittimo esercizio del diritto di cronaca.
Il diritto di cronaca, appunto. Fino a dove si può spingere? Certo, se si tratta di un fatto di interesse pubblico, è giusto e doveroso raccontarlo. Il problema nasce quando la narrazione diventa un carosello di domande morbose, di “inchieste” che poco hanno a che fare con la verità e molto con la volgarità dell’audience. E non basta il classico alibi: “La gente vuole sapere”. Già, la gente magari vuole anche sbirciare dal buco della serratura, ma come media si dovrebbe avere la responsabilità di non trasformare il dolore di una persona in uno spettacolo.
Il vero tradimento sta nel rendere tutto un polpettone emotivo, dove la vittima (o la persona affranta) è ridotta a mero soggetto di un quiz show. Invece di rispettare la sua sofferenza, certe trasmissioni la mettono in vetrina, spogliandola di ogni dignità, con la scusa di “indagare”. Ma a ben vedere, spesso non si indaga nulla: si cerca solo la prossima lacrima, il momento clou, il breakdown nervoso che tenga incollato lo spettatore. Ed è in questo attimo che il giornalismo scompare e lascia spazio a un qualcosa di decisamente più basso e indecente.
La “scusa” dello share. E qui torniamo al nocciolo: le “aggressioni” tv vengono giustificate dal sacro Graal dell’audience, come se lo share potesse lavare via qualunque colpa. “Gli ascolti ci premiano, allora dobbiamo proseguire su questa strada”, e giù ancora telecamere su persone in lacrime, crolli emotivi, urlacci in studio. Ma mentre la tv (o i social, o le dirette streaming) si vantano di picchi di ascolto, un pezzo di umanità si sbriciola a favore di camera. Qualcuno, dietro lo schermo, finisce stritolato in un circo mediatico che non fa sconti.
Violenza psicologica travestita da cronaca. Diciamoci la verità: quando una persona sotto choc viene braccata, quando si costringe l’attenzione pubblica su dettagli macabri, quando s’insiste su un’intervista anche se l’intervistato è spossato e incapace di sostenere un altro minuto, siamo di fronte a una violenza psicologica e comunicativa, non alla ricerca della verità. Perché lo scopo non è informare, ma far saltare il tappo della commozione in diretta, creare la “scena madre” di cui parlare il giorno dopo.
E c’è poco da stupirsi se poi il pubblico, assuefatto a queste esibizioni, finisce per chiedere ancora più “forte”, ancora più trash. Il risultato? Un’escalation di formati sempre più aggressivi, dove il rispetto umano passa in secondo piano.
La responsabilità di chi guarda. Certo, uno show va in onda anche perché gli ascoltatori lo guardano. E allora la responsabilità è un po’ di tutti: dei produttori e conduttori, sì, ma anche di noi spettatori. Se smettessimo di premiare con lo share il peggior “circo delle emozioni”, forse i piani editoriali cambierebbero. Magari si tornerebbe a fare inchieste serie, magari si darebbe spazio al racconto sobrio dei fatti, senza il contorno di urla e forzature.
Fino a che punto si può calpestare la dignità di una persona per un paio di punti di share in più? È la domanda che dovrebbe vibrare nella testa di ogni professionista dell’informazione. E, se non vibra, forse è ora di accendere un riflettore non più sullo studio televisivo, ma sulle coscienze di chi quella trasmissione la imposta e la conduce.
In conclusione, rimane un’amara constatazione: finché i “numeri” continueranno a giustificare tutto, e finché il pubblico non reagirà a certe prepotenze mediatiche, il gioco sporco andrà avanti. E le vittime, quelle vere, non saranno solo le persone costrette sotto i riflettori, ma l’informazione stessa, che finisce asservita a un voyeurismo spietato e senz’anima. Ma forse siamo ancora in tempo per cambiare canale e chiedere di meglio.
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