
Ammetto che la prima volta che ho sentito parlare di Grazia Deledda ho provato un misto di curiosità e stupore. Forse perché, a pensarci bene, non capita tutti i giorni di scoprire che una scrittrice nata nel cuore della Sardegna – in una Nuoro di fine ‘800, dove le donne erano spesso confinate ai margini della società – sia poi riuscita a portare a casa nientemeno che un Premio Nobel per la Letteratura (e parliamo del 1927!). Ma come ci è arrivata fino a Stoccolma, lei, con quel destino che sembrava già scritto dai pregiudizi del tempo?
Beh, la sua storia sa un po’ di romanzo. Grazia cresce a Nuoro e, mentre il mondo intorno la spinge a seguire un percorso tutto sommato prevedibile (dedicarsi alla famiglia e poco altro), lei si appassiona alla scrittura come se fosse la sua aria. Inizia giovanissima, quasi di nascosto, e trova sostegno solo in pochi letterati lungimiranti. Molti altri, specie nella sua terra, la guardano con diffidenza, come se il talento femminile fosse una strana creatura esotica da temere (non ci credete? Purtroppo, succedeva davvero).
Eppure, Grazia non si arrende. Anzi, capisce che per inseguire davvero il suo sogno deve prendere una decisione radicale. Ed è qui che arriva la parte “romanzesca” (o forse un po’ comica, chissà): durante una festa nel 1899, partecipa a un gioco che, sulla carta, doveva essere innocente. Le dicono: “Scegli il tuo futuro marito tra i presenti!” Sembra quasi una sfida, no? E lei, senza batter ciglio, indica un uomo non sardo e annuncia: “Vorrei sposare quello.” E lo sposa davvero. Risultato: di lì a poco si trasferisce a Roma, dove l’attende un ambiente più adatto a una scrittrice che vuole emergere.
A Roma, la sua vita potrebbe apparire “normale”: sposa, madre di due figli (Franz e Sardus, nomi che non passano certo inosservati), eppure – e qui sta il suo segreto – ritaglia ogni giorno due ore sacrosante per scrivere. Che fosse mattina presto, sera tardi o un momento rubato tra faccende domestiche e impegni familiari, lei ci si dedicava con ferrea disciplina. E in questo modo, a poco a poco, mette insieme ben cinquantasei opere tra romanzi, racconti e testi teatrali (ammettiamolo, è un numero pazzesco!).
Magari qualcuno pensa: “Chissà se aveva aiuti?” In realtà, sì: suo marito lascia persino il ministero delle Finanze per farle da agente, un atto di supporto che oggi definiremmo da “partner ideale”. Nel frattempo, Grazia stringe amicizie preziose a Roma con grandi intellettuali – nomi come Eleonora Duse e Matilde Serao – anche se non mancano scrittori invidiosi che la vedono come un’outsider troppo fortunata. Un po’ di invidia c’è sempre, no?
Ma la sua penna non si lascia intimidire. Sforna capolavori che inquadrano l’anima sarda con una profondità unica. Uno su tutti, “Canne al vento”, che rimane (a mio modesto parere) uno dei romanzi più intensi della letteratura italiana: racconta i paesaggi selvaggi di Sardegna e la lotta interiore dei personaggi come se fossero parte di un mito. Forse è anche per questo che la giuria del Nobel non ha potuto ignorarla. E lei, Grazia, in fondo l’ha sempre saputo: se ogni giorno dedichi anche solo un ritaglio di tempo a ciò che ami, puoi arrivare lontano.
Alla fine, mi piace pensare che il suo più grande lascito sia proprio questo: dimostrare che la forza di volontà e la passione possono spezzare i confini (geografici e culturali) che cercano di imprigionarci. E forse è la ragione per cui, ancora oggi, quando riapriamo le sue pagine, sentiamo l’eco di quella Sardegna antica – e, insieme, un grido di libertà che non passa mai di moda. (A volte mi chiedo: quanti “Nobel” mancati esistono ancora nascosti in paesi lontani, pieni di sogni ma con poche opportunità? Chissà…)
Grazia Deledda, dopotutto, ci ha insegnato proprio questo: anche le voci più silenziose possono risuonare nei secoli, se qualcuno ha il coraggio di alzarsi e scrivere.