ROMA. Se c’è un termometro che misura la febbre di un Paese, quello è la produzione industriale. E i dati dell’Istat per l’Italia suonano come una sinfonia stonata: -3,5% nel solo 2024, con un tonfo complessivo del -7,3% da quando l’attuale governo si è insediato. Ma attenzione, non si tratta di criticare solo l’esecutivo in carica: dagli anni Novanta in poi, tutti i governi hanno segnato passi indietro. Dal 1998 al 2021, infatti, avevamo già perso circa il 20% della produzione.

Una “riga verde” sempre più giù in un grafico impietoso: così potremmo definire il nostro triste trend, piazzandoci fra i peggiori in Europa, appena sopra la Germania (in cui il settore auto ha preso una sberla clamorosa, crollando in parallelo ai costi di energia e materie prime). E a dirla tutta, i numeri per l’automotive italiano non sono da meno: nel 2024, la produzione di auto in Italia è crollata del 43% (la mannaia è caduta con Stellantis a regime ridotto, meno ordini e più incertezza sul futuro).

Ma non c’è solo il settore auto. Tessile, legno, metalli: un rosario di comparti che hanno visto chiudere stabilimenti o ridurre turni di lavoro. Il risultato? Nel 2024, la manifattura italiana ha perso 42 miliardi di euro, più di un’intera manovra finanziaria.

E allora chi tira la carretta? In controtendenza, seppur con qualche affanno, ci sono i servizi e, a sorpresa, un po’ l’agricoltura (grazie soprattutto alla nostra frutta e verdura, prodotti rimasti competitivi sul mercato globale). Ma la fotografia complessiva è amara: l’Italia si sta lentamente sganciando dalla sua vocazione manifatturiera.

S’intende, non sarebbe un dramma se avessimo un sistema economico super-diversificato, con la tecnologia e l’innovazione a fare da traino. Il problema è che, nel Belpaese, siamo ancora molto “legati” all’export di auto, abbigliamento e altre merci tradizionali. Tra l’altro, in sovrannumero rispetto all’export di prodotti hi-tech (dove non siamo esattamente dei fuoriclasse).

E ora? Forse ci resta la carta del turismo, un settore che potrebbe reggere le sorti dei nostri conti, ma è chiaro che non basta un giorno di sole su Venezia per risollevare i numeri di un Paese intero. Serve un ripensamento profondo, investimenti in ricerca, digitalizzazione, infrastrutture. Perché i dati dell’Istat non mentono: un pezzo d’Italia industriale è già in agonia, e se non si corre ai ripari rischiamo di svegliarci con un’economia sempre meno competitiva — e più fragile.

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