C’è un momento in cui la storia si stringe come una clessidra. Da una parte, una valanga di eventi, rivendicazioni, tensioni. Dall’altra, le possibili soluzioni che si riducono a un budello sempre più stretto. E in mezzo, un tavolo. Anzi, un tavolino attorno al quale siede un gruppetto ristretto di decisori. Pochi, ma con in mano le redini del destino di molti.

È qui che le “grandi” faccende internazionali assumono un sapore amaro: che siano giusti o sbagliati, belli o brutti, certi accordi di pace (o di tregua, o di semplice spartizione) prendono forma a porte chiuse. E chi resta fuori? Beh, deve solo sperare di non finire vittima di una scelta presa da altri.

Spostiamo il riflettore su Zelensky, presidente in prima linea, diventato simbolo di resistenza contro l’invasione russa ma anche pedina in un gioco geopolitico ben più vasto. Gli Stati Uniti e l’Europa gli hanno allungato una mano – anzi, un intero arsenale di mani – e così è ancora in carica. Ma la riconoscenza, a livello internazionale, è un’arma a doppio taglio: se finora hanno sostenuto l’Ucraina, chi impedisce a questi “alleati” di decidere, magari domani, che è arrivato il momento di un accordo che Zelensky stesso non potrà rifiutare?

“Che gli piaccia o no, un’intesa ci sarà”– dicono i più cinici – “e probabilmente passerà sopra la sua testa”. È la legge durissima delle relazioni tra Stati: quando si arriva al collo di bottiglia della storia, comandano (quasi) sempre i più forti. E i più forti, in questo caso, non sono solo i russi o gli americani, ma quell’insieme di potenze che, se decide di spegnere la luce, getta un Paese nell’oscurità.

Certo, Zelensky è diventato un personaggio globale, eroe in mimetica per buona parte dell’Occidente. Ma se i grandi bilanci internazionali (leggi: chi vende a chi, quanta energia e a che prezzo) suggeriranno di siglare la pace a qualsiasi condizione, è probabile che l’Ucraina si troverà di fronte a un ultimatum.

La morale? Può suonare cinica e spietata, ma a volte la diplomazia funziona esattamente così: un piccolo gruppo di decisori siede a un tavolo, e tutti gli altri – presidenti compresi – giocano col mazzo di carte che viene loro assegnato. In quest’ora più stretta della storia, Zelensky deve la sua posizione (almeno in parte) a chi ha puntellato il suo esercito, i suoi conti, la sua stessa sicurezza. E di fronte al “grande patto” che – prima o poi – si profila all’orizzonte, dovrà probabilmente cedere sul campo qualcosa che in cuor suo non vorrebbe abbandonare.

Piaccia o no, questo è il nodo delle vicende internazionali: un mix di forza e realpolitik che, quando si entra nel passaggio stretto della clessidra, tende ad assottigliare le opzioni di chi è in prima linea. E sì, chi resta in sella può ringraziare gli alleati, ma deve anche tenersi pronto a qualche “strizzata” finale, quella che spesso chiamiamo, con un eufemismo, “accordo di pace”.

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