Tra salti della quaglia e strategie last minute: la politica trentina prova a reinventarsi, ma finisce per perdere la bussola.

Quello che doveva essere un colpo di scena, un lampo di rinnovamento in una città affamata di novità, si sta rivelando l’ennesima farsa. Il protagonista, Andrea Demarchi classe ’99, viene calato dall’alto come il “salvatore” scelto da PATT, La Civica e Lista Spinelli (ribattezzata, manco a dirlo, “Noi Trento” giusto per cambiare insegna ogni giro). Peccato che la sua unica esperienza politica reale sia un tentativo di entrare in un consiglio circoscrizionale e finito in 28 miseri voti.

Salti della quaglia e incomprensibili alleanze. A rendere la faccenda ancora più ridicola è che Demarchi, in origine, stava con il PD. E, come in uno di quei giri di valzer a cui la politica italiana ci ha tristemente abituato, oggi si propone come candidato sindaco per una coalizione che si è defilata dal centrodestra “ufficiale”. Il motivo? I ritardi e le incertezze legate alla candidata espressa dal centrodestra, Goio, hanno spinto il PATT a fare corsa solitaria, rispolverando così la carta di un giovane (ex “sinistroide”) con appena 28 voti nel curriculum.

O meglio, è il solito “fai da te” di una parte del centrodestra trentino che prova a vendere la propria autonomia come un “nuovo corso”, mentre i partiti nazionali (FdI, Lega e FI) restano a guardare in disparte. Fa sorridere il paradosso di chi, dopo essere stato nel PD, diventa all’improvviso l’uomo di punta di una coalizione civica chiaramente orientata a destra: se non è un “salto della quaglia”, poco ci manca.

Il caos che disorienta i cittadini. Nel frattempo, i poveri elettori trentini si ritrovano a chiedersi se valga ancora la pena andare a votare. La scena è questa: partiti che si spaccano in faide e liste civiche che, con poco rispetto per gli elettori, tirano fuori dal cilindro candidate e candidati improbabili – gente senza un minimo di esperienza o un background amministrativo decente. E la coerenza? Rimane schiacciata sotto le lotte di corrente e le vecchie logiche di spartizione.

Una classe politica distratta e incoerente. A confermare la confusione c’è anche la stoccata del segretario provinciale dem, Dal Rì, che evidenzia come Demarchi fosse, fino a ieri, un “soldato” in forza al PD. Eppure, a chi importa? Tanto si sventola la “bandiera di Trento” come se bastasse un’etichetta civica per cancellare il proprio passato politico e qualche decina di voti presi chissà dove. La stessa destra critica la sinistra per la sua inconcludenza, mentre poi si ritrova a sostenere un candidato proveniente dalla parte avversa fino a cinque minuti prima.

Falsi rinnovamenti e strategie suicida. Inutile cercare un senso strategico: questa è politica di convenienza, il classico giochino di sedie, poltrone e candidature last minute. Si punta tutto sul cavallo giovane, sperando che la sua età basti a svecchiare un ambiente logoro e privo di idee. Ma il “nuovo che avanza” ha il sapore di un riciclo un po’ goffo, una toppa peggiore del buco.

I cittadini meritano di meglio. Resta la sconsolante impressione che, in un contesto di confusione e incoerenza, l’unico atto di sincerità sia l’ammissione che “il centrodestra trentino non riesce a trovare una figura decente da candidare”. Gli elettori, ancora una volta, pagano il prezzo di una classe politica arrogante, pronta a piazzare nomi a casaccio pur di avere un cartellone elettorale da appendere. La domanda è una sola: quanto durerà la pazienza dei cittadini, obbligati a sopportare giochetti di potere invece che progetti seri per la città?

Per ora, possiamo solo guardare la scena, tra risate amare e la sensazione che, dietro i sorrisi di circostanza, regni il più totale disprezzo per chi questa città la vive davvero.

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