Ci sono giornate in cui tutto sembra andare storto, in cui la fila al pronto soccorso è eterna e le espressioni tese di medici e infermieri raccontano storie di turni massacranti. Eppure, anche in un contesto così difficile, può accadere di essere accolti da un sorriso empatico, da una mano tesa che riesce a farci sentire persone, prima ancora che pazienti. A me è successo di recente, in Osservazione Breve del Santa Chiara, e oggi voglio raccontare questo lato positivo della sanità. Finalmente.

L’accoglienza calorosa di una OSS “super” Al mio arrivo in OB (Osservazione Breve) un’operatrice sanitaria, di cui purtroppo non ricordo nemmeno il nome, mi accoglie con una semplicità disarmante: uno sguardo attento, un “Tutto bene? Come si sente?” che rompe ogni tensione. Sembra un gesto banale, ma in quel momento fa la differenza. L’Osservazione Breve, dove chi come me si ferma per qualche ora in più prima di un eventuale ricovero, è spesso un luogo di passaggio non troppo caotico: ci si sta il tempo necessario a capire se occorre un intervento più lungo o si può tornare a casa. Eppure, lei c’era, pronta a spiegare con calma ciò che stava succedendo, a rispondere alle mie domande. Raramente ho provato un senso così rassicurante di “essere preso in carico”.

Umanità disarmante, oltre che per la professionalità In pochi minuti, ho capito che non stava semplicemente “facendo il suo lavoro”. Ho percepito la volontà di capire le mie paure, di farmi sentire al sicuro. La sua voce pacata e le attenzioni gentili – un bicchier d’acqua offerto con un sorriso, una battuta per alleggerire l’atmosfera – hanno trasformato quella parentesi di ansia in un’esperienza umana. Da paziente, non posso che augurarmi di veder riconosciute queste qualità, sarebbe il minimo. È qualcosa che fa bene non solo a chi lo riceve, ma anche al sistema sanitario in generale, perché mostra come la cura della persona possa andare di pari passo con la competenza medica.

Medici e infermieri: un lavoro sotto pressione fuori scala In un altro reparto, mi è bastato guardarmi intorno per capire quanto siano sotto stress i professionisti della salute: intere giornate a correre tra una barella e l’altra, con il costante timore di non riuscire a risolvere tutto in tempo. Eppure, dietro le mascherine, leggevo volti stanchi ma determinati a non mollare. Il turno in reparto non conosce tregua: c’è sempre un monitor che suona, un paziente che chiede, una procedura da ripetere. In più, le infezioni che aumentato esponenzialmente la pressione, sovraccaricando ospedali già a corto di personale. Fare una pausa sembra quasi un lusso, eppure c’è chi trova il tempo di regalare un sorriso o un consiglio. E non è scontato.

La speranza: un sistema che valorizzi il “fattore umano” Nella sanità trentina, troppo spesso i giornali raccontano solo criticità: liste d’attesa infinite, reparti al collasso, personale costretto a coprire turni pesanti. Tutto vero. Eppure, esistono storie che mostrano una strada diversa. Quella che ho vissuto in prima persona è una di quelle: un incontro casuale in un luogo di passaggio, trasformato in un momento di vera assistenza. Questo episodio “isolato” – ma chissà quanti altri ce ne sono ogni giorno e non fanno notizia – dimostra che si può fare molto anche con pochi mezzi, se esiste la volontà di prendersi cura della persona. Mettere il paziente al centro significa anche garantire ai professionisti il giusto supporto, perché possano dare il massimo senza farsi travolgere dallo stress.

Riconoscere la qualità del servizio: una spinta al miglioramento Vorrei che la mia piccola esperienza fosse non solo un elogio a quell’operatrice sanitaria speciale, ma anche uno stimolo a riflettere sull’importanza di chi lavora ogni giorno per gli altri. Se gli ospedali fossero riempiti di simili gesti di cura e di empatia, forse le critiche e le tensioni diminuirebbero. E a guadagnarci saremmo tutti: pazienti, medici, infermieri, operatori. Ora, a distanza di qualche tempo, posso solo dire grazie. Grazie a lei e a tutto il personale che, nonostante i ritmi snervanti, ci mette il cuore. Ed è una speranza concreta che la sanità trentina – quando sa fare squadra, quando viene sostenuta adeguatamente dalle istituzioni – possa offrire un servizio sempre più umano ed efficiente.

Così, sebbene i problemi strutturali non spariscano con un colpo di spugna, ciascun professionista che lavora con passione e umanità dimostra come la “buona sanità” non sia un’utopia, ma una realtà che merita di essere raccontata. E sostenuta.

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