Immaginate di camminare su un sentiero polveroso, sotto un sole che pizzica la pelle e un vento che sa di sale e mirto. È una giornata qualunque in Sardegna, ma non proprio: davanti a me si apre una fenditura nella roccia, un buco scuro che sembra quasi respirare. È una Domus de Janas, una di quelle “case delle fate” che punteggiano l’isola come segreti sussurrati dal tempo. Non è semplice spiegare cosa si prova a stare qui, fermi, con il peso di millenni che ti sfiora la schiena. Forse è rispetto, forse è timore. O magari è solo la curiosità di chi, come me, vuole capire cosa ci racconti davvero questo angolo di mondo.

Le Domus de Janas non sono solo tombe. No, sarebbe riduttivo chiamarle così. Sono ferite scavate nella pietra viva, tra il 4000 e il 3000 a.C., da mani che non conosciamo ma che possiamo quasi sentire: ruvide, determinate, guidate da una fede che oggi fatichiamo a comprendere. Entro in una di queste cavità, piccola, quasi timida. L’aria è umida, sa di terra bagnata, e il silenzio è così denso che sembra di poterlo toccare. Le pareti sono lisce, levigate con una cura che sorprende. Poi, in un angolo, una spirale incisa – un ghirigoro antico che potrebbe essere un sole, un vortice, o chissà cosa. Mi fermo. Chi l’ha disegnata? Una madre che piangeva un figlio? Un sacerdote perso in un rituale? Non lo sapremo mai, eppure quel segno mi parla, mi aggancia.

Non tutte le Domus sono così discrete. Ce ne sono altre, più grandi, quasi sfacciate nella loro complessità: stanze che si rincorrono, corridoi stretti, decorazioni che gridano simboli potenti – corna di toro, linee che si intrecciano come promesse. È arte, sì, ma è anche vita. Questi non erano semplici sepolcri, erano porte. Porte verso l’aldilà, verso un mistero che il popolo prenuragico custodiva con una dedizione che ancora oggi ti mette i brividi. Penso a loro, a quelle genti senza nome, e mi chiedo: credevano davvero che la morte fosse solo un passaggio? O forse avevano paura, come noi, ma avevano trovato un modo per esorcizzarla scolpendo la roccia?

E poi ci sono le storie. Oh, le storie! Me le racconta Maria, un’anziana che incontro poco lontano, seduta su una sedia di legno davanti a casa sua. Ha gli occhi chiari, quasi trasparenti, e una voce che sembra venire da un altro tempo. “Le janas vivevano lì dentro,” mi dice, indicando la collina con un gesto lento. “Piccole, bellissime, ma pericolose. Se le disturbavi, ti maledicevano. Ma se portavi rispetto…” Si interrompe, sorride. “Beh, magari ti lasciavano un dono.” Le credo, o almeno voglio crederle. Perché in Sardegna le leggende non sono mai solo favole: sono il respiro di un’isola che non dimentica. Le janas, fate o streghe che fossero, danzano ancora tra queste pietre, nei racconti dei vecchi e nei sogni dei bambini.

Cammino tra i ginepri e le rocce, il cielo sopra di me è di un azzurro che ferisce gli occhi. Oggi, nel 2025, le Domus de Janas sono un richiamo per chiunque abbia fame di qualcosa di vero. Turisti con macchine fotografiche, studiosi con taccuini, ma anche gente comune, come me, che cerca di afferrare un frammento di quell’anima antica. Eppure, non è solo un’attrazione. È un dialogo. Lo senti quando ti chini per entrare, quando il buio ti avvolge e il fresco della roccia ti accarezza la fronte. È come se il tempo si fermasse, o meglio, si mescolasse: il passato e il presente che si guardano negli occhi, senza fretta.

Ma c’è di più. Queste “case delle fate” sono un simbolo, un filo rosso che lega la Sardegna di allora a quella di oggi. Penso alle proteste degli ultimi mesi, ai giovani che scendono in piazza per difendere la loro terra dall’ennesimo progetto edilizio. Penso alle tradizioni che resistono, alle feste di paese dove si canta ancora in limba. Forse mi sto ripetendo, ma sento di doverlo dire: le Domus non sono solo reliquie. Sono un promemoria di quanto questa terra e il suo popolo siano intrecciati, visceralmente, ostinatamente. Esco dalla tomba, la luce mi colpisce come uno schiaffo. Mi giro a guardare quell’apertura nella roccia, così piccola eppure così immensa. Potrebbe sembrare scontato, eppure non lo è: qui dentro c’è una spiritualità che non si è mai spenta. È nelle pietre, nei racconti di Maria, nel vento che mi scompiglia i capelli. È la Sardegna, con la sua magia ruvida e senza tempo. E io, giornalista, viandante, curioso, non posso fare altro che ascoltarla.

“My journey through Sardinian lands” – a story of ancient traditions, breathtaking landscapes, and the soul of an island. Stay tuned for a glimpse into Sardinia’s timeless magic.

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