Quando si pensava di averle viste tutte, ecco che ieri la discussione in Aula ha regalato un’altra standing ovation all’indignazione popolare. Mentre nei banchi si parlava di indagini, denunce e procedure delicate, lo spettacolo non è stato certo dei migliori: parole urlate a caso, gaffe linguistiche, citazioni colte infilate come coriandoli. E nel mezzo, l’amara constatazione che le istituzioni, per l’ennesima volta, hanno offerto un quadretto tutt’altro che esemplare.

Si inizia con un coro di borbottii e mugugni a ogni sillaba dei ministri. Frasi in latino alternate a battute in inglese, come se per sostenere la propria posizione bastasse un prontuario di lingue esotiche. Qualcuno sussurra: “Ma è un’aula parlamentare o un set di cabaret multilingue?”. Non si sa, però l’effetto è stato quello di una recita scolastica male allestita, con studenti (stavolta davvero presenti sulle tribune) che si guardavano perplessi: “Che vuol dire quell’«urbe terracqueo»? E questo ‘the cat is over the table’? Forse che anche i politici si sono stancati di seguire la trama?”.

Non poteva mancare la canonica gaffe del giorno: un onorevole si avventura in un latinismo improbabile, un altro scivola in un’espressione inglese al limite della correttezza, e tutti – a destra e a sinistra – si sentono in diritto di applaudire o ridere, a seconda della convenienza. Mentre, fuori dall’Aula, si soffia sul fuoco dello scandalo di turno.
Eppure, l’Assemblea non pare esserne troppo preoccupata: dietro ogni figuraccia c’è una micro-ovazione, come se il vero obiettivo fosse trasformare ogni seduta in un grande show, con la politica sempre meno credibile e sempre più “macchietta” teatrale.

Qualcuno fa notare che, in tutto questo frastuono, la premier era altrove, impegnata in altre faccende (vere o presunte). Le opposizioni alzano cartelli, per sottolineare l’assenza ingombrante: “Meloni dove sei?”. Ironie, lazzi, un gioco delle parti che si è ripetuto più volte: chi scalpita al microfono, chi lancia appelli fuori tempo massimo, e chi non si cura di rispondere, forse sperando che la figuraccia passi in fretta.

Chi invece in Aula c’era, e come, sono i ministri finiti nel mirino. Si susseguono al microfono, ostentando sicurezza e citazioni letterarie, quasi a dire: “Guardate come siamo colti e preparati”.
Peccato che il susseguirsi di “latinorum”, riferimenti shakespeariani e manciate di citazioni ai codici penali e civili, perda efficacia quando si vede sventolare l’ennesimo cartello di protesta, e si sentono gli studenti ridacchiare dalle tribune, disillusi. L’impressione è che, purtroppo, la vera materia in cui molti parlamentari eccellono resti la retorica sterile, piuttosto che la capacità di proporre soluzioni concrete.

Tra un “Mi permetto di dissentire” di un ministro e l’appello di un segretario, spuntano anche i soliti noti ad accendere la miccia: l’ex premier che, come un Grillo Parlante, brandisce Collodi per accusare i colleghi di condotta da Gatto e Volpe. Poi è la volta di Conte, che inforca un discorso pomposo ma inciampa su un latinismo improbabile, scatenando l’ilarità generale. “Tutti a scuola di letteratura? Sì, ma quale?” – ci si chiede osservando la scena.

Come in ogni rappresentazione che si rispetti, non può mancare l’incidente di percorso: un parlamentare di maggioranza punta il dito sul Pd (“Avete interessi con l’immigrazione!”), il capogruppo dem scatta in piedi reclamando rispetto, e il presidente di turno – in questo caso, La Russa in versione Mangiafuoco – perde la pazienza. Le urla vengono scambiate per un problema tecnico, ma era soltanto la politica, anzi la malapolitica, a esibirsi nello show di ogni giorno.
Picco di decibel, cronisti pronti a trascrivere la bagarre, e i titoli dei giornali già fatti: “Aula nel caos”. Un copione più che collaudato.

Così, mentre negli angoli della buvette si brinda con un calice di prosecco (qualcuno lo chiamerà “atto di liberazione dallo stress”), i cittadini assistono all’ennesimo “cinema” che lascia sul terreno poca sostanza e tanti rimpianti. L’ennesima pessima figura delle istituzioni, che a parole difendono il prestigio del Parlamento, ma nei fatti regalano uno spettacolo indecoroso. Per qualcuno sarà solo folclore. Per gli altri, invece, è l’ennesima conferma di come, tra “the cat is over the table” e citazioni buttate a caso, la politica riesca splendidamente a rimanere lontana dalle urgenze del Paese. E la prossima puntata, sia chiaro, è già in programma.

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