
Se qualcuno ancora crede che le fake news siano il giochino preferito solo della destra o della sinistra, beh, forse è ora di fare un bel “reset” mentale. Perché se un certo studio appena sfornato mette il mirino soprattutto sulla “fabbrica di bufale” che abbonda in una certa destra populista, c’è una realtà più vasta – e, ahinoi, più amara – da considerare: la stragrande maggioranza della comunicazione mondiale è infarcita di notizie adulterate, pompate o distorte. Perché? Perché chi governa (di qualunque colore si vesta) tende a calcare la mano su narrazioni ad hoc, pilotando i fatti, le emozioni, le paure. E le fake news, almeno quelle più eclatanti, non sono che la punta di un iceberg molto, ma molto più grosso di quanto possiamo immaginare.
Destra, sinistra, centro? Sì, ma… Lo studio a firma di Petter Törnberg e Juliana Chueri (Università di Amsterdam e Vrije Universiteit Amsterdam), pubblicato sull’International Journal of Press/Politics, punta i riflettori su un fenomeno non nuovo ma sempre più esplosivo: la disinformazione online. La loro ricerca di 32 milioni di tweet di parlamentari di 26 Paesi (tra il 2017 e il 2022) non lascia troppo spazio ai dubbi: c’è una correlazione tra l’orientamento politico “più a destra” e l’uso sistematico di fake news. Ma, attenzione, non è la classica storiella del “i buoni stanno di qua e i cattivi di là”. Perché se è vero che i partiti di destra radicale populista risultano “campioni” nell’uso di notizie false, è altrettanto chiaro che qualunque potere, appena può, gestisce la comunicazione in modo vantaggioso e, talvolta, menzognero.
Strategie da ring, non da aula parlamentare Secondo i ricercatori, chi sceglie di confondere le idee con bufale e sparate clamorose – soprattutto nell’estrema destra populista – lo fa per polarizzare, per seminare sfiducia nelle istituzioni e rafforzare la propria base elettorale. Funziona? Spesso, sì: la gente si arrabbia, si “incavola” con lo status quo e vota chi urla di più. Ma se qualcuno pensa che i “paladini” di sinistra (o di centro, giusto per non far torto a nessuno) siano sempre immuni dal virus della propaganda becera, forse è meglio che si faccia due domande. Certo, i dati dicono che la quantità di bufale “certificate” è più alta a destra, ma la verità è che questo virus non guarda colori. È una questione di chi sa usare meglio i social, di chi studia psicologia delle folle e sfrutta le paure, di chi lancia slogan che mettono benzina sul fuoco. A sinistra tendono a puntare di più su contenuti economici, a destra su identità, sicurezza, immigrazione: ecco dove spuntano i titoloni allarmistici, gli “scoop” improbabili, le storie costruite ad arte per indignare.
Pulpito alternativo, democrazia in allerta Al centro dello studio non c’è solo Twitter (ora X), ma la fotografia di un ecosistema mediatico alternativo in cui i “gatekeeper” tradizionali (i grandi giornali, le reti TV) sono bypassati. Qui le menzogne trovano un prato fertilissimo, perché basta avere un profilo, un blog, un microfono virtuale: in un attimo puoi far esplodere milioni di condivisioni. E in questa giungla digitale si nascondono i cecchini della verità, pronti a colpire dove la fiducia del pubblico è già in bilico. Sappiamo bene che il populismo sguazza nella sfiducia verso le istituzioni. Ma, a dirla tutta, è anche un circolo vizioso: più la gente disprezza i governi o i partiti, più è vulnerabile alle “narrazioni alternative” – vere o false – che promettono soluzioni facili. Risultato? Una perenne battaglia a colpi di propaganda, dove i fatti spesso finiscono in secondo piano.
Fake news = potere, e il potere non ama perdere Diciamocelo senza giri di parole: se le bufale non avessero un ritorno, non sarebbero così usate. E non c’è solo la destra a giocare sporco. Il fatto che questo studio scovi più bufale nell’area radicale di destra non esclude che “dall’altra parte” ci siano mille e uno modi di tirare acqua al proprio mulino, magari con mezze verità, omissioni, manipolazioni. Perché la posta in palio è sempre la stessa: il consenso. E chi “spaccia” fandonie punta a non perdere la partita, ad alzare lo share, a vincere voti o popolarità. Poco importa il colore del partito, perché se la ragione sta sui fatti, la propaganda preferisce le emozioni. Paura, rabbia, senso di ingiustizia: questi ingredienti “vendono”, e vendono benissimo.
La strada in salita contro la disinformazione E allora, che fare? Gli autori suggeriscono più educazione mediatica, trasparenza sulle piattaforme, sostegno ai media indipendenti. Giusto, sacrosanto. Ma sappiamo bene che la lotta contro il fango digitale non è facile. Quando chi guida la giostra (destra, sinistra, centro) ha il potere di manipolare le notizie, i rimedi rischiano di essere sempre e solo dei cerotti su una ferita che non si vuole curare davvero. Perché se la menzogna paga, in termini di potere, è ovvio che verrà usata come una clava.
Tra inganni e propaganda, la democrazia scricchiola Il rischio è che, a furia di “spararsi” notizie false addosso, la gente si chiuda in un cinico “chi se ne frega, sono tutti uguali”. E forse è proprio il peggior regalo che si possa fare alla democrazia. Un popolo che non crede più a nulla è un popolo che non reagisce, che non vigila, che non punisce chi mente. E la politica, qualsiasi colore vesta, adora i cittadini distratti. Ecco perché la partita contro la disinformazione è soprattutto una questione di consapevolezza: riconoscere i trucchi, spegnere l’amplificatore di fake e – perché no – chiedere conto a chi governa e governerà, di destra o di sinistra che sia.
Conclusione al vetriolo? Forse sì, ma almeno nessuno potrà dire di non averlo letto chiaramente: le bufale non hanno un solo padrone, ma chi le usa sa bene come torcere la realtà. E una volta che impariamo a riconoscerle, anche se chi ci sta in alto continua a raccontarcele, almeno non ci troverà più disposti a berle senza fiatare.
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