Da poco, durante il mio viaggio, per la prima volta, ho sentito parlare di certe tradizioni sarde che mi hanno lasciata a bocca aperta (forse perché mio nonno mi raccontava storie dai risvolti un po’ inquietanti). La Sardegna dei primi del ‘900 era un luogo ancora molto legato alla terra e ai ritmi antichi, dove la vita quotidiana era scandita dalle coltivazioni, dagli animali da pascolo e da un insieme di credenze popolari radicate come radici di un ulivo secolare. Tanti di questi usi e costumi sopravvivevano ancora negli anni ’50, e uno in particolare – l’accabadora, o “angelo della morte” – ha sempre colpito la mia immaginazione.

Cultura rurale e tradizioni antiche
Se penso alla Sardegna di un secolo fa, mi viene in mente un’isola quasi fuori dal tempo, dove le superstizioni, i rituali e i racconti si tramandavano come un tesoro prezioso da non perdere. (A volte credo che se avessimo Instagram allora, avremmo visto foto di maschere e balli tradizionali in ogni feed, no?) Scherzi a parte, chi viveva in quei contesti rurali si affidava a una saggezza popolare fatta di proverbi, riti di protezione, persino rimedi naturali per le malattie. Saperi antichi, tramandati dalle nonne alle nipoti, che tenevano insieme la comunità come un filo invisibile.

Il mistero dell’accabadora
Tra queste figure spiccava l’accabadora. Ammetto che la prima volta che ne ho sentito parlare, ho pensato a una sorta di strega buona di un film fantasy (ero una ragazzina con troppa fantasia, forse). E invece no: l’accabadora era una donna incaricata di porre fine alla vita dei malati terminali o degli anziani che non avevano più speranze di guarigione. Un gesto estremo, certo, ma che ai tempi veniva considerato un atto di pietà. Sarà strano dirlo, ma la sua presenza era vista come un gesto di grande compassione, quasi una forma di “ultima carezza”.

Un ruolo delicato e controverso
In un’epoca in cui le cure palliative erano praticamente inesistenti, l’accabadora offriva, in segreto, un’opzione che molti ritenevano giusta: una morte dignitosa per chi era destinato a soffrire senza via d’uscita. C’è chi paragona questa figura a quella di un angelo protettore, mentre altri la vedono con sospetto, dicendo che nessuno dovrebbe avere il potere di decidere la fine di un’altra vita. Io non sono del tutto sicura, ma mi sembra che la chiave di tutto stia nel contesto: in una società rurale, senza farmaci avanzati e spesso molto religiosa, la compassione prendeva forme che oggi ci appaiono discutibili (o forse no?).

Il senso di comunità e la segretezza
La cosa affascinante è che questa pratica, per quanto discussa, era accettata dalla collettività. Pensiamo a villaggi piccoli, dove tutti conoscevano tutti e dove, probabilmente, la sofferenza di un vicino di casa era anche la tua sofferenza. L’accabadora agiva sempre in segreto: un manto di riserbo la proteggeva, e questo contribuiva a mantenerne il fascino misterioso. Era un po’ come se tutta la comunità sostenesse implicitamente il suo ruolo, facendo finta di non sapere, ma sapendo benissimo.

Eutanasia e dignità
Si trattava, in sostanza, di eutanasia ante litteram. Oggi ne sentiamo parlare spesso, magari in TV o su Netflix, dove ci sono documentari che raccontano storie di persone che scelgono di “staccare la spina”. Ma negli anni ’50, la parola “eutanasia” non era esattamente sulla bocca di tutti, eppure il concetto c’era già: interrompere sofferenze inutili, dare una fine dignitosa a chi non aveva speranze. Alcuni la consideravano un dovere morale, altri un atto contro natura. E qui il dibattito si faceva acceso: che cosa è più giusto, lasciare che la vita finisca da sola, o intervenire per fermare il dolore?

Questioni di etica e morale
Non sorprende che, anche allora, ci fossero dubbi e tante domande: “È davvero giusto interrompere la vita di qualcuno, anche se lo desidera? E se l’accabadora sbagliasse valutazione?” Già, errori o abusi non erano da escludere, e la pratica non aveva alcun riconoscimento legale. Tutto era avvolto in un alone di mistero, il che alimentava preoccupazioni e dilemmi. Del resto, anche oggi non siamo sempre d’accordo su cosa significhi “morire bene”, figuriamoci in un contesto così diverso come la Sardegna di settant’anni fa.

Impatto sulla società
Volenti o nolenti, l’accabadora e i suoi gesti di pietà (o condanna, dipende dai punti di vista) hanno segnato profondamente la società sarda. Da un lato, rafforzavano l’antico legame con le tradizioni e il passato; dall’altro, aprivano la strada a dubbi e perplessità su quanto fosse possibile conciliare il mondo moderno con questi riti così arcaici. È un po’ il dilemma che ancora oggi ci poniamo quando cerchiamo di salvaguardare il folklore di una terra senza frenare il progresso. Forse è un equilibrio sottile, da ricercare di volta in volta.

Una lettura consigliata
Se questa figura continua a incuriosirvi (e ammetto che io non sono mai sazia di storie e leggende), vale la pena leggere Accabadora di Michela Murgia. È un romanzo che esplora da vicino l’universo, così complesso, di questa “angelo della morte”, facendo emergere riflessioni su compassione, tradizione e libertà di scelta. Personalmente, mi ha lasciata con qualche domanda ancora aperta – e credo che sia proprio questo il bello di certi libri.

Ecco, forse l’eredità più grande dell’accabadora sta proprio qui: nel costringerci a chiederci fin dove arriva la compassione e dove inizia l’invasione di un destino che dovrebbe essere lasciato a forze più grandi di noi. Non ho una risposta definitiva (chi può averla?), ma mi piace pensare che, in fondo, la cultura sarda del ‘900 ci racconti anche di un’umanità capace di prendersi cura degli altri, anche nei momenti più duri. Una lezione che, forse, non dovremmo dimenticare così in fretta.

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