Certe cronache fanno un balzo dalle pagine locali ai grandi titoli nazionali con la velocità di un fulmine, e in un attimo si passa da “zuffa al bar” a “allarme omofobo e razzista”. L’ultimo episodio: la rissa avvenuta una sera fa in un locale di Trento, con protagonisti (purtroppo) persone alticce e un agente di polizia transgender. Tutto parte da un paio di schiaffoni reciproci, una situazione degenerata in men che non si dica. Eppure, alcuni media e opinionisti hanno usato la parola “omofobia” come un grimaldello per scardinare l’attenzione del pubblico.

Si parlava di insulti a sfondo sessuale o razziale, di un’aggressione mirata contro chi, in teoria, avrebbe subìto violenza “perché transgender”. Poi, man mano che arrivano le testimonianze e i filmati delle telecamere di sorveglianza, spunta un quadro molto diverso: nessun insulto omofobo, nessun clima di odio, solo un classico (e penoso) litigio da bar, complici l’alcol e forse una serata non particolarmente fortunata.

A detta di chi era sul posto, a innescare lo scontro sarebbe stato proprio l’agente, che per primo avrebbe colpito un altro cliente. La reazione è arrivata immediata, con spintoni e schiaffi da ambo le parti. Un terzo malcapitato, intervenuto per dividere i litiganti, s’è beccato perfino un brutto colpo finendo in pronto soccorso. E fin qui, tutto drammaticamente comune nel panorama delle risse da sabato sera.

E allora da dove nasce l’allarme omofobo o razzista? È presto detto: basta che una testata titoli “Aggressione a un agente transgender” e qualcuno, in un amen, cavalca l’idea che si tratti di pregiudizio, di odio. In un Paese in cui ogni parola può essere manipolata a seconda di dove tira il vento, non c’è nulla di più semplice che gonfiare un caso: se si vuole gridare all’allarme sociale, c’è terreno fertile; se si punta a minimizzare, si trovano altrettante scappatoie.

Il problema è che, quando la verità fa capolino – in questo caso, filmati delle videocamere e testimonianze incrociate – ci si rende conto che niente lascia pensare a frasi discriminatorie. Anzi, era un momento di convivialità degenerato in zuffa. Eppure, i titoloni restano, seminando dubbi e colpe in un’intera comunità. A qualcuno tocca fare il pompiere, tentando di spegnere l’incendio mediatico, ma la macchia (cioè l’idea che in quell’angolo di mondo si aggrediscano transgender solo per il gusto di farlo) potrebbe non sparire tanto in fretta.

Ecco il punto spinoso: viviamo in un contesto in cui l’informazione — specie quella che salta velocemente sui social — tende a enfatizzare i contrasti. Bastano cinque secondi di video o una battuta strappata di bocca per immettere nel circuito una storia che scotta. Alcuni, poi, la useranno per indicare “Visto? Ecco la prova che siamo un Paese di omofobi e razzisti!”; altri, all’opposto, grideranno al complotto mediatico di chi vuole “infangare” il territorio. Così, la rissa diventa un campo di battaglia ideologico.

In realtà, in attesa che le indagini si concludano, l’unica evidenza concreta è che un gruppo di persone alticce s’è scambiato schiaffi, e che uno di loro è transgender. Se nella concitazione si sono volate parole grosse, non risulta si sia trattato di insulti omofobi o razzisti — almeno stando a testimoni e video. E questo ridimensiona il caso a ciò che (probabilmente) è: una disavventura di mezza sera, con qualcuno finito al pronto soccorso e un locale che, ora, deve gestire un’attenzione indesiderata.

Strumentalizzare un incidente — per quanto grave e da condannare in sé — a fini propagandistici è ormai routine: in Italia, ogni episodio fa comodo a qualcuno. E se c’è di mezzo un aspetto “sensibile” come l’orientamento sessuale, il colore della pelle o la provenienza geografica, scatta l’effetto a valanga: i talk show ingrassano di polemica, i social si infiammano. Peccato, però, che dietro ci sia sempre un bar, una piazza o un quartiere che rischia di essere additato come focolaio di intolleranza.

Morale della favola: magari ci vorrà tempo per ristabilire la pace nel locale dove è avvenuta la rissa, ma soprattutto sarà dura lavare via le etichette che alcuni mezzi d’informazione hanno appiccicato con troppa fretta. Nel frattempo, chiunque voglia usare questo episodio come prova di un “razzismo strutturale” o di un “complotto mediatico”, probabilmente continuerà a farlo. Tanto, si sa, in questo Paese il dibattito corre sempre dove tira il vento.

E, nel mezzo, resta l’amara constatazione che ogni volta che qualcuno pesta qualcun altro, la prima domanda non è più “perché si sono menati?”, ma “che bandiera ideologica ci posso cucire sopra?”. Ecco perché, forse, non cambieremo mai.

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