
Ovvero come la politica del “pellegrinaggio infinito” in Ucraina ha condotto a un vicolo cieco.
Correva l’anno di tutte le ambiguità, mentre l’Europa si trascinava da un vertice all’altro con i propri leader—Draghi, Scholz, Macron—tutti agghindati da “pellegrini diplomatici” (ricorederete il famoso trenino) pronti a celebrare la “causa sacra” di Volodymyr Zelensky, eppure incapaci di far scoccare la benché minima scintilla di pace. Poi, finalmente, ecco il colpo di scena: la rottura clamorosa in diretta mondiale tra Trump e Zelensky durante il summit nello studio ovale. Quel momento in cui il Presidente americano, stanco dei giri di parole, ha mostrato al mondo quanto possa essere “liberatorio” mettere un punto fermo a tre anni di narrazione a senso unico.
Il pellegrinaggio europeo e la guerra infinita. Diciamocelo: non c’è voluto molto a capire che tutta la retorica “solidale” dell’Unione—il sostegno incondizionato, le bandiere tinte di gialloblù, gli applausi a scena aperta nei parlamenti—non stava affatto risolvendo il conflitto. Semmai, l’ha prolungato. Mentre Zelensky incassava aiuti e consensi, i governi europei continuavano a fare la passerella verso Kiev con la stessa passione di un gruppo di turisti in visita a Lourdes, nella speranza che un miracolo ponesse fine ai combattimenti. Ma il miracolo, evidentemente, non è arrivato.
L’arroganza di Zelensky e la franchezza di Trump. Che Zelensky viva un dramma personale, è fuori dubbio. È un presidente in guerra, e non è certo il primo né l’ultimo a indossare la sua classica maglia da combattente senza mai abbandonare il tapis roulant mediatico. Tuttavia, dopo tre anni di beatificazione a reti unificate—dove ogni sua dichiarazione veniva salutata con applausi più forti di quelli di Broadway—è comprensibile che si sia presentato alla Casa Bianca col piglio di chi ha diritto a tutto e subito. Peccato che, dall’altro lato, abbia trovato un Trump deciso a ricordare chi, di fatto, muove i fili delle superpotenze. Piaccia o no, gli Stati Uniti hanno finanziato ampiamente questa guerra e non si vede il motivo per cui dovrebbero obbedire a un presidente straniero, per quanto “eroico”. Trump, con il suo solito stile ruvido—che magari disturba i salotti buoni—ha almeno il merito di non fingere ipocrisie. E se la risposta è un “non ti presentare” a chi non è in linea con la strategia americana di sicurezza nel mondo, be’, quantomeno è qualcosa di chiaro.
Il fallimento europeo. Parliamoci chiaro: in tre anni, l’Europa ha collezionato passerelle, “forti condanne”, sterili pacche sulle spalle, invio di aiuti militari e poi…? Dov’è la diplomazia che avrebbe dovuto sedersi al tavolo con Mosca e Kiev, tentando di fermare la spirale di violenza? Pare rimasta impantanata nell’idea che il conflitto fosse un’ottima occasione per vestire i panni di “superpotenza”, scordandosi però che la forza vera ce l’hanno le portaerei americane. Morale: la guerra continua e la bandiera europea sembra aver ceduto il passo ai soli colori dell’Ucraina.
La rottura necessaria. Questa “sberla” diplomatica che Zelensky si è preso in diretta è, a conti fatti, un bagno di realtà: nessuno mette in dubbio la gravità della situazione ucraina, ma è evidente che non si potrà risolvere con la semplice litania “diamo più armi e più denaro”. Se l’Europa è stata incapace di farsi mediatore e continua a stracciarsi le vesti ogni volta che Trump apre bocca, forse serviva davvero una rottura clamorosa per rompere l’ipnosi collettiva.
Sipario su una “narrazione noiosa”. “Sarà pure rozzo, ma almeno è schietto”, si potrebbe dire di The Donald. E a giudicare dalle reazioni indignate, sembra che a qualcuno non piacciano le verità scomode. Eppure, ammettiamolo, gli applausi automatici a Zelensky hanno stufato. Forse un po’ di scontro frontale—quello di ieri—giova a far comprendere che il mondo è più complesso di una passerella europea e di un discorso strappalacrime.
D’ora in poi, se di pace si vuole parlare, che tutte le parti escano dal copione prefabbricato: l’Europa smetta di indossare i panni del pellegrino a caccia di lodi, Zelensky capisca che la Casa Bianca non è un bancomat illimitato, e Trump… be’, Trump continuerà a fare il Trump. Piaccia o no, almeno le sue prese di posizione non si perdono nel pantano delle ipocrisie di chi parla di negoziati senza mai alzare il telefono. E se questa rottura sancisce la fine di un racconto stucchevole—dove uno è sempre “santo” e l’altro è sempre “dannato” ben venga. Magari è il primo passo verso una verità meno filtrata e più concreta.
In conclusione, chiamatela pure “sfrontatezza americana” ma, alla fine, qualcuno doveva pur dire basta all’eterno pellegrinaggio europeo e al monotono coro di lodi verso Kiev. Se la guerra prosegue, non è certo per colpa di chi, come Trump, chiede chiarezza e regole più nette.
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